Teatro e Neuroscienze (parte 3)

Tecniche neuroestetiche per la cura del Morbo di Parkinson



ARTI PERFORMATIVE COME TERAPIA COMPLEMENTARE NELLA RIABILITAZIONE DEI PAZIENTI PARKINSONIANI


I trattamenti medici tradizionali per il morbo di Parkinson (PD), sia farmacologici che fisioterapici, sono efficaci sui disturbi motori dovuti alla malattia, ma possono avere un impatto minimo sui sintomi non motori, specialmente quelli psichiatrici: pertanto, anche quando la sintomatologia motoria migliora, i pazienti potrebbero sperimentare un deterioramento della qualità della loro vita. Sono state ricercate, allora, delle terapie complementari per ottenere un progresso anche sul piano emotivo e relazionale, aspetti che assai influiscono sulla quotidianità dei pazienti: è stato infatti provato che le arti performative possono essere un valido intervento terapeutico aggiuntivo nella loro riabilitazione psicofisica. Qui di seguito, dunque, verranno analizzati due studi clinici[1] e due laboratori olistici[2] sullo sviluppo delle arti performative come via parallela di recupero per chi è affetto da questa malattia. Ma prima, vale la pena spendere qualche parola su cosa sia il morbo di Parkinson.


3.1 La paralisi agitante

Il morbo di Parkinson, che prende il suo nome dal suo scopritore James Parkinson[3], farmacista e chirurgo londinese del XIX secolo, è una malattia a carattere cronico degenerativo che colpisce alcune specifiche funzioni cerebrali, fra cui la programmazione ed il controllo dei movimenti della vita quotidiana, con il risultato di renderli più lenti e macchinosi. I sintomi del Parkinson sono noti da migliaia di anni: una prima descrizione sarebbe stata trovata in uno scritto di medicina indiana che faceva riferimento ad un periodo intorno al 5.000 A.C. ed un'altra in un documento cinese risalente a 2.500 anni fa[4]. Questa malattia è presente in tutto il mondo ed in tutti i gruppi etnici; si riscontra in entrambi i sessi, con una lieve prevalenza, forse, in quello maschile; l'età media di esordio è intorno ai 58-60 anni, ma circa il 5 % dei pazienti può presentare un esordio giovanile tra i 21 ed i 40 anni, mentre prima dei 20 anni è estremamente rara; sopra i 60 anni colpisce 1-2% della popolazione, mentre la percentuale sale al 3-5% quando l'età è superiore agli 85. Le cause del morbo non sono ancora note: tuttavia, sembra vi siano molteplici elementi a concorrere nel suo sviluppo. Ad esempio, ci sono mutazioni genetiche note associate al Parkinson[5]: tra i geni individuati quelli più importanti sono, l’alfa-sinucleina (PARK 1/PARK 4), la parkina (PARK-2), PINK1 (PARK-6), DJ-1 (PARK-7), LRRK2 (PARK-8) e la glucocerebrosidasi GBA; circa il 20% dei pazienti presenta una storia familiare positiva per la malattia e si stima che i familiari di persone affette dalla malattia presentino, rispetto alla popolazione generale, un rischio di sviluppare la patologia lievemente superiore. Il rischio di malattia aumenta con l'esposizione a tossine quali alcuni pesticidi, per esempio il Paraquat, o idrocarburi-solventi, come la trielina, e in alcune professioni che sottopongono i lavoratori al contatto con metalli pesanti. L'esposizione al fumo di sigaretta, invece, riduce probabilmente la comparsa della malattia: il fumo sembra essere, cioè, un fattore protettivo. Le strutture coinvolte si trovano in aree del cervello molto profonde, note come gangli della base, che partecipano alla corretta esecuzione dei movimenti. Il PD si manifesta quando nel cervello la produzione di dopamina, un neurotrasmettitore essenziale per la trasmissione degli impulsi elettrici implicati nella esecuzione di compiti motori e sociali degli umani, cala consistentemente: ciò è dovuto alla degenerazione di neuroni in un area chiamata “sostanza nera”, la cui perdita cellulare supera il 60% all’esordio dei sintomi; dal midollo cerebrale compaiono accumuli di una proteina chiamata alfa-sinucleina, la quale diffonde la malattia in tutto il cervello. La fase pre-clinica, ovvero periodo di tempo che intercorre tra l'inizio della degenerazione neuronale e l'esordio dei sintomi motori, non è ancora nota, ma è databile intorno ai 5 anni.

3.1.1 La sintomatologia

Al principiare della malattia spesso i sintomi[6] del PD non vengono riconosciuti immediatamente, poiché si manifestano in modo subdolo, incostante e la progressione della malattia è tipicamente molto lenta. La maggior parte dei pazienti, ma non tutti, presenta un tremore che si nota quando la persona è a riposo. Un altro tipo di tremore riferito di frequente anche nelle fasi iniziali della malattia è il "tremore interno": questa sensazione è avvertita dal paziente ma non è visibile. Un altro cambiamento fisico coinvolge la rigidità corporea. La bradicinesia è un rallentamento nell'esecuzione dei moti e dei gesti, l'acinesia, invece, è una difficoltà ad iniziare i movimenti spontanei; gran parte dei pazienti è consapevole della bradicinesia, che viene riferita come sintomo fastidioso, in quanto rende molto lenti anche i movimenti più semplici: sintomi correlati alla bradicinesia sono la modificazione della grafia, che diventa più piccola (micrografia), la scialorrea, ossia un aumento della quantità di saliva in bocca a causa di una mancata deglutizione, e la ridotta espressione del volto (ipomimia). Il disturbo dell'equilibrio si presenta tardivamente nel corso della malattia ed è un sintomo che coinvolge l'asse del corpo: i problemi dell'equilibrio non rispondono alla terapia dopaminergica, perciò, la fisiochinesiterapia diventa un intervento importante per la sua gestione. La voce può presentare ipofonia oppure una perdita di tonalità e di modulazione, che porta il paziente a parlare in modo piuttosto monotono; a volte compare una palilalia e vi è la tendenza ad accelerare l'emissione dei suoni; in alcuni casi si osserva una sorta di balbuzie che può rendere difficile la comprensione di ciò che viene detto. Nella PD si possono presentare anche fenomeni non motori[7], che possono esordire anche molti anni prima della comparsa dei sintomi motori, che si evidenziano più spesso nelle fasi iniziali della malattia e con frequenza massima in quelle più avanzate. I sintomi non motori più frequentemente osservati sono i disturbi vegetativi (che includono stipsi, disfunzioni urinarie e sessuali, alterazioni della pressione arteriosa, sudorazione eccessiva, eruzioni cutanee, modificazioni dell'olfatto), del sonno (insonnia, sonnolenza diurna, disturbo comportamentale nella fase REM o RBD, sindrome delle gambe senza riposo o RLS) , dell'umore e della cognitività (depressione, apatia, ansia, disturbi ossessivi compulsivi, allucinazioni o LBD e psicosi), fatica e dolori.

3.1.2 I trattamenti tradizionali

Nonostante attualmente non esistano cure per la PD, vi sono diverse opzioni di terapia[8], sia farmacologica che chirurgica. Fra di essi sono da menzionare i farmaci dopaminergici, inclusa la Levodopa, gli inibitori della decarbossilasi, gli agonisti della dopamina, gli anticolinergici, gli MAO-B bloccanti, gli inibitori della COMT. Sebbene i farmaci per la PD possano essere utilizzati per migliorare la funzione motoria, col tempo perdono la loro efficacia, causando effetti collaterali; inoltre, con la progressione della malattia le dosi di farmaci necessari per il controllo della funzione motoria possono portare a conseguenze intollerabili o indesiderate. Tra i metodi chirurgici, invece, troviamo la pallidotomia, ossia la distruzione di una regione del cervello coinvolta nel controllo dei movimenti, ma tra gli effetti avversi rientrano emorragia, debolezza, deficit della vista o del linguaggio e stato confusionale cronico. Infine, la stimolazione cerebrale profonda o DBS offre un trattamento regolabile, se necessario reversibile, per la PD, in quanto utilizza un dispositivo medico, simile a un pacemaker, che invia la stimolazione elettrica a determinate aree del cervello, permettendo un migliore funzionamento dei circuiti cerebrali responsabili del controllo dei movimenti. Come si può notare, finora abbiamo parlato delle persone affette dal PD utilizzando il termine “pazienti”: è proprio questa condizione di malato ad isolare chi ne è affetto, in quanto sia in ambito sanitario che all’interno dei nuclei familiari si coglie spesso solo questo lato della loro persona, mettendo in secondo piano la loro essenza intrinseca di esseri umani prima di tutto. Ciò porta nei parkinsoniani ad imbarazzo e ad una perdita di fiducia nelle proprie capacità, aggravando, di conseguenza, allo stesso modo il loro quadro clinico e la loro salute mentale[9]. È qui che entrano in gioco le terapie neuroestetiche di supporto.


3.2 Il teatro: un recupero esistenziale

Un gruppo di ricerca sperimentale tutto italiano, nato dalla collaborazione dell’Istituto Neurologico Mediterraneo “Neuromed” di Pozzilli, del Dipartimento di Anatomia, Istologia, Medicina Forense e Ortopedia dell’Università La Sapienza di Roma e di PARKIN-ZONE onlus di Roma, dal 2004 ad oggi si occupa di studiare gli effetti del teatro attivo come valido intervento complementare per il trattamento del PD, sostenendo il miglioramento significativo del benessere dei pazienti-teatranti rispetto a quelli sottoposti a fisioterapia convenzionale[10]. Dato che il PD ha una prevalenza mondiale di circa 10 milioni di persone e che questa stima dovrebbe raddoppiare entro il 2050 a causa dell’aumento della longevità[11], la gestione e il trattamento di questa malattia sarà un problema di salute pubblica molto importante e, di conseguenza, la domanda per lo sviluppo di adeguate strategie complementari, volte ad apportare miglioramenti nella vita personale e sociale dei pazienti e dei caregivers, sta aumentando rapidamente. Attività come le arti marziali[12] hanno dimostrato di produrre effetti positivi principalmente sull’equilibrio e sulla frequenza delle cadute, ma i progressi nella sintomatologia cognitiva ed affettiva sono assenti o assai limitati. È stato condotto uno studio[13] pilota della durata di quindici mesi su ventiquattro soggetti con PD idiopatico moderato: la metà è stata assegnata ad un programma teatrale in cui è stato svolto un allenamento fisico-emotivo, la restante parte ha partecipato a sessioni di fisioterapia di gruppo; durante l’intero processo tutti i pazienti hanno continuato ad assumere dopaminergici e, ove necessario, antidepressivi ed agenti ipnotici; tutti i soggetti sono stati valutati all’inizio e alla fine dei loro trattamenti, utilizzando una batteria di otto scale cliniche diverse e cinque neuropsicologiche, ed è stato riscontrato che il training teatrale ha migliorato la salute emotiva dei pazienti, con un conseguente calo delle dosi farmacologiche e un aumento positivo nella qualità del sonno, mentre con la fisioterapia non vi sono stati progressi misurabili. È tuttavia interessante notare che nessuno dei gruppi ha mostrato dei miglioramenti nei sintomi motori o nelle abilità cognitive. Nello specifico, il workshop teatrale consisteva in sessioni giornaliere di tre ore con cadenza settimanale, per un totale di circa 12h al mese per quindici mesi; ogni lezione era sempre guidata da due insegnanti, un attore e, a turno, un danzatore o un cantante, e si concludeva con una breve rappresentazione scenica a tema. L’intero programma era diviso in tre fasi: 1) benvenuto, fiducia in se stessi, e group foundation; 2) elaborazione dello stress emotivo focalizzato su sei stati d’animo, ovvero rabbia, paura, felicità, tristezza, sorpresa, sensualità; 3) libera organizzazione, interpretazione e rappresentazione degli stati emotivi da parte di ciascun paziente per mezzo di improvvisazione, moto e letteratura. La fisioterapia, invece, era organizzata in sessioni di gruppo da 1.5h due volte alla settimana, per un totale sempre di circa 12h al mese per i quindi mesi di trattamento; la terapia fisica era improntata sullo sviluppo di forza, potenza, resistenza e capacità aerobica per migliorare le funzioni motorie, il controllo muscolare, l’equilibrio e l’andatura, secondo l’European Physiotherapy Guideline for PD. Mentre i sintomi motori e le funzioni cognitive, come detto, non sono stati influenzati da nessuno dei due trattamenti, quattro scale cliniche che affrontano il dominio emotivo, ovvero i misuratori di depressione, apatia, stigma e benessere, hanno mostrato significativi miglioramenti nel gruppo teatrale e non in quello fisioterapico, insieme con una riacquisizione delle capacità relazionali e comunicative, nonché un’accelerazione dei tempi di lettura dovuti all’integrazione sociale. Anche se i disturbi motori sono obbligatori per fare una diagnosi, vi è un consenso[14] intorno all’idea che i sintomi non motori giochino un ruolo più importante nel ridurre la qualità della vita correlata alla salute percepita dai pazienti. Recenti scoperte[15] hanno iniziato a far luce sul legame fra esaurimento dei neuroni dopaminergici che si verificano nel PD e la genesi dei sintomi neuropsichiatrici: l’interruzione del sistema dopaminergico sembra influenzare i processi decisionali al principio degli atti motori, a causa di una errata valutazione dei costi dei movimenti e quest’ultima diminuisce la motivazione ad agire, inducendo la bradicinesi o l’acinesia. Altre evidenze[16] indicano che nei soggetti sani la L-dopa svolge non solo un ruolo durante il processo decisionale sotto scelte rischiose, ma anche nel generare una sensazione di soggettiva felicità conseguente alla ricezione della ricompensa: pertanto, è probabile che la perdita di dopamina influenzi sia la pianificazione delle azioni che le sensazioni piacevoli normalmente associate ad eventi gratificanti, che potrebbero portare all’anedonia. Nel complesso, non sorprende che un controllo oggettivamente buono dei sintomi motori possa non essere accompagnato da una sensazione positiva di benessere vissuta dai pazienti e questa evidenza ha portato alla necessità di sviluppare approcci ausiliari alla terapia medica. Le terapie artistiche basate sul disegno, la pittura, la scultura o le arti marziali consentono ai malati di esprimersi spontaneamente, ma tendono a non avere le interazioni intersoggettive che normalmente si verificano nella vita reale e il loro impatto sul controllo motorio è piuttosto limitato. È vero il contrario per le terapie occupazionali come il teatro: la formazione teatrale consente un approccio più olistico in quanto, per interpretare un personaggio, un attore deve saper controllare il proprio corpo, riprodurre le emozioni e il pensiero del personaggio e identificarsi col suo ruolo sociale. Questo è potenzialmente un esercizio di successo attraverso il quale i pazienti parkinsoniani potrebbero sviluppare nuove strategie per controllare attentamente i loro impulsi corporei e mentali all’interno di un ambiente protetto, in cui non si sentono giudicati; inoltre, sia durante le prove che nel mezzo della performance, sono costretti ad interagire continuamente e, di conseguenza, a socializzare. Anche se i disagi fisici non riscontrano un miglioramento, i soggetti dell’esperimento hanno dichiarato che i loro sentimenti riguardo alla loro malattia e alla sua evoluzione erano così positivi che non avrebbero più potuto fermare la loro formazione teatrale. Va sottolineato che l’esecuzione di questa pratica teatrale non è un’attività piacevole per definizione: i pazienti hanno sperimentato anche qualche forma di angoscia quando hanno ripercorso eventi emotivamente negativi e, di conseguenza, i risultati di questo esperimento non possono essere spiegati semplicemente dal fatto che tale attività sociale sia stata per loro gradevole. Il teatro, pertanto, è un gioco ideale nel motivare profondamente i pazienti, in quanto permette loro di riacquisire il controllo e il piacere della loro esistenza e quotidianità.

3.2.1 PARKIN-ZONE onlus

PARKIN-ZONE è un’associazione senza fini di lucro di utilità sociale fondata a Roma nel 2004 e presieduta dal dott. Nicola Modugno, neurologo e direttore del centro Parkinson e disturbi del movimento presso l’I.R.C.C.S. “Neuromed” di Pozzilli: la onlus ha lo scopo di utilizzare le arti performative per sviluppare strategie assistenziali e riabilitative per il morbo di Parkinson e offre così un sostegno pratico e psicologico ai malati e ai loro familiari attraverso la conduzione di attività complementari, fra cui gruppi d’ascolto e corsi informativi. Anche per mezzo dello studio sopra menzionato, Modugno ha dimostrato che con una costante pratica teatrale tutti i suoi pazienti migliorano significativamente la loro sfera emotiva: pertanto, la sua organizzazione si avvale della consulenza di attori, registi, danzatori, coreografi, musicisti, cantanti e psicologi. Fra le attività organizzate da PARKIN-ZONE onlus vi sono Drum Circle (la creazione di una orchestra estemporanea e improvvisata di tamburi e percussioni), il corso Corpo Voce Teatro e il laboratorio di musico-fisio terapia. Non mi è possibile non citare la convention “Parkinson: corpo e anima” tenuto il 1 Dicembre 2018 a Roma, il primo forum italiano che si propone di riunire in un unico contesto le persone affette dal PD, i loro familiari e assistenti sanitari insieme a neurologi e performer teatrali.


3.3 La musicoterapia attiva

La storia dell’estetica ha da sempre colto un nesso intimo ed essenziale fra musica e affettività, fra movimento acustico e moto dell’animo: molte delle espressioni caratterizzanti l’esperienza empatetica e simpatetica attingono alla metafora musicale.


‹‹ Già la scuola pitagorica, come testimonia Giamblico nella Vita pitagorica (XX, 112-113), aveva teorizzato e praticato l’efficacia psicosomatica della musica, forza possente capace di comunicare immediatamente e simpateticamente, tramite i suoi ritmi e le sue melodie, con le fibre più intime dell’uomo, e perciò in grado di risanare anime e corpi ››.[17]

Il trattamento del PD, come abbiamo visto, è regolato da trattamenti sia farmacologici che non: attualmente, la terapia farmacologica è essenzialmente sintomatica e non ha un impatto soddisfacente sui sintomi correlati alla progressione della malattia neurodegenerativa e una revisione sistematica[18] di studi randomizzati controllati ha raggiunto la conclusione che la fisioterapia ha benefici solo a breve termine nel PD. Di conseguenza, diverse istituzioni sanitarie hanno raccomandato lo sviluppo di interventi complementari non farmacologici come trattamento di prima linea[19]: infatti, negli ultimi anni è stata prestata maggiore attenzione all'efficacia della musicoterapia attiva e della stimolazione basata sulla musica come allenamento motorio e cognitivo nei malati parkinsoniani[20]. Il potere della musica e la sua natura non verbale lo rendono un mezzo di comunicazione efficace quando il linguaggio diminuisce o viene interamente interrotto: la musica suscita facilmente il movimento, stimolando le interazioni tra percezione e sistemi di azione[21], e pertanto la musicoterapia è stata sviluppata con l'obiettivo di migliorare il recupero motorio nei pazienti con il PD. La definizione di terapia del movimento basata sulla musica non è solo ascoltare la musica, ma anche cantare e suonare strumenti ritmici e percussioni. Uno studio americano[22] ha eseguito una meta-analisi di tutti gli studi clinici disponibili sulle discinesie e sulle terapie delle disfunzioni cognitive nei pazienti con il PD: questa recensione è stata eseguita utilizzando un protocollo prespecificato ed è stato condotto in base agli articoli del Preferred Reporting Items for Systematic Reviews and Meta-analyses (PRISMA)[23]. Gli studi clinici eleggibili erano in qualsiasi lingua e includevano pazienti con PD sottoposti a disfunzione motoria e sono stati esaminati sistematicamente tre database elettronici, ossia PubMed, EMbase e la libreria Cochrane: la strategia di ricerca includeva parole chiave e termini MeSH relativi alla terapia del movimento basata sulla musica. I ricercatori Shuai Zhang e Dong Liu hanno esaminato l'ammissibilità degli studi: entrambi hanno estratto e compilato in modo indipendente i dati dagli studi, utilizzando un modulo standardizzato per l'estrazione dei dati, e i disaccordi sono stati risolti attraverso il consenso o il rinvio a un terzo revisore, Kai Liu, mentre discrepanze e dati non ottenibili sono stati risolti dalla discussione di gruppo tra almeno tre investigatori. Sono state estratte le informazioni di base dai singoli studi, tra cui pubblicazione, anno, paese, disegno dello studio, partecipanti, tipo di malattia, durata della malattia, parto, ecc.; il progetto di ogni singolo studio è stato incluso in tali analisi, così come il metodo di intervento, la frequenza e la durata e il tempo di valutazione del risultato; inoltre, i punteggi di scala delle misurazioni dei risultati sono stati estratti al basale ed è stata valutata la qualità degli studi inclusi con il punteggio della scala Physiotherapy Evidence Database (PEDro)[24]. Sono stati identificati otto studi[25] per revisione sistematica e meta-analisi e inclusi 241 soggetti assegnati alla terapia o controllo del movimento basato sulla musica. La maggior parte delle prove ha suggerito che la musicoterapia è associata a miglioramenti delle funzioni motorie e cognitive e ha esiti positivi sulla qualità della vita: uno studio[26] sostiene che la terapia di rilassamento musicale potrebbe ottenere un'efficacia simile alla terapia neuromuscolare sui sintomi motori e non motori; un’altra ricerca[27] ha dimostrato che musica specifica può migliorare la precisione dei movimenti del braccio e delle dita della mano; inoltre, la formazione accompagnata da "walking songs" è stata valutata utilizzando misure oggettive del punteggio dell'andatura e un ultimo studio[28] ha sperimentato l’efficacia dell’utilizzo della musica durante l'esercizio a domicilio. Gli effetti benefici della terapia del movimento basata sulla musica soddisfano, dunque, le aspettative: diversi meccanismi possibili e potenziali potrebbero aiutare a spiegare gli effetti dell'allenamento musicale sui sintomi neurodegenerativi; tuttavia, i meccanismi alla base del miglioramento delle disfunzioni neurodegenerative grazie a terapie musicali di successo non sono ben compresi e sono ancora equivoci. La scoperta dell'efficacia clinica dell'intrattenimento motorio ritmico ha anche messo in evidenza per la prima volta che gli elementi strutturali della musica hanno un enorme potenziale nelle applicazioni cliniche per la riqualificazione del cervello ferito[29].


3.3.1 PoppingForParkinson

PoppingForParkinson è un progetto nato a Londra nel luglio del 2015 dall’idea di Simone Sistarelli, giovane danzatore genovese laureato in Danza Contemporanea presso il Trinity Laban Conservatoire of Music and Dance di Londra e correntemente studente in Dance Psycology presso l’University of Hertfordshire, di utilizzare il popping, una corrente califoniana dell’hip hop basata sulla contrazione e il rilassamento muscolare a ritmo di musica, per sfruttare questo stesso movimento involontario tipico dei malati di PD, per trasformare l’esperienza negativa dei tremori in una espressione artistica positiva. Durante le sue lezioni a titolo gratuito i parkinsoniani non sono più pazienti, ma studenti e artisti sorridenti, capaci per un momento di dimenticare la propria condizione e di trovare in loro stessi una nuova condizione di umanità. Il valore di questo laboratorio è illimitato e può essere trasferito ovunque nel mondo: recentemente, PoppingForParkinson ha iniziato raccogliere fondi per portare questo progetto in tour per il mondo (ad oggi si annoverano Germania, Italia, Regno Unito e Stati Uniti d’America) ed è attualmente affiancato da numerosi supporters, fra i quali Sadiq Khan, sindaco di Londra, e la Dance For Parkinson’s Mark Morris Dance Group di New York. PoppingForParkinson ha inoltre vinto l’Universal Hip Hop Museum Award ed è stato quest’anno inserito nell’UHHM Hall of Fame.

‹‹ Fare arte è come preparare la pasta al sugo: la pasta sei tu, la tua essenza; l’atto artistico è il condimento. ››[30]


Conclusioni

La scoperta dei neuroni specchio è stata indubbiamente un caso fortuito dalla portata incredibilmente notevole, in quanto, per mezzo dei progressi tecnologici che hanno condotto all’avanguardia delle neuroimmagini, è stato possibile costruire un’approssimativa mappa cerebrale, la quale ha a sua volta dimostrato l’esistenza di un meccanismo di riflesso prelinguistico e preriflessivo che, tramite il processo di simulazione incarnata, crea quel contatto fra noi e l’altro da noi che ci ha permesso di evolvere in società e culture. Si è visto come il sistema specchio umano si attivi esclusivamente alla vista di azioni mosse da un’intenzione interna, reale o fittizia che sia, in quanto il cervello riassembla in un’immagine il moto volontario precedentemente scomposto in più piccoli atti e gli assegna un significato: ciò permette ogni tipo di interazione, che pertanto ha valenza intrinsecamente intenzionale. Appunto, è lo scopo recitato dall’attore a consentire l’immedesimazione dello spettatore: per mezzo dei riflessi generati dalla simulazione incarnata, si crea quello spazio d’azione condiviso nel quale lo spettatore risuona della volontà dell’attore. I neuroni specchio sono altresì un requisito indispensabile per le nostre capacità imitative: senza il riconoscimento dell’intenzionalità di un’azione appartenente al nostro vocabolario d’atti, il nostro encefalo non sarebbe in grado di inviare i messaggi motori necessari all’imitazione del moto e, di conseguenza, non sarebbe stato possibile un processo evolutivo della specie. Inoltre, l’insula crea una connessione fra il sistema motorio e quello limbico, facendo scaricare in contemporanea le due aree cerebrali dalle proprietà specchio e facendoci, dunque, riconoscere e rielaborare le emozioni alla base delle azioni altrui: si è, infatti, parlato dell’ “emotività dei neuroni specchio”. Ciò ci permette di entrare in consonanza con l’altro da noi, compresi gli attori in scena: è perché riconosciamo il fine di un’azione, lo interiorizziamo per mezzo dell’imitazione simpatetica e risuoniamo degli stessi sentimenti che siamo capaci di sperimentare la catarsi aristotelica. Alla luce di ciò, è possibile trasferire i meccanismi di intenzione, imitazione ed empatia nella riabilitazione quotidiana dei malati di Parkinson e utilizzare il teatro come mezzo alternativo per colmare le lacune delle terapie farmacologiche tradizionali. È stato dimostrato dallo studio Theatre is a valid add-on therapeutic intervention for emotional rehabilitation for Parkinson’s Disease patients come un trattamento a base di arti performative sia capace di rallentare la frequenza dei sintomi non motori del PD, come depressione, apatia ed isolamento, e di diminuire le dosi delle cure farmacologiche, apportando miglioramenti nella vita personale e sociale dei pazienti e dei loro caregivers; tali progressi è stato provato siano addirittura maggiori a quelli registrati sia dalla fisioterapia consueta che da altre forme ludiche, come le arti marziali o l’arteterapia. È stato inoltre avvalorata la tesi dalla ricerca Can music based movement therapy improve motor dysfunction in patients with Parkinson’s Disease? Systematic review and meta-analysis, la quale ha comprovato l’esistenza di sviluppi fisico-emotivi in seguito a continuative sessioni di musicoterapia attiva, considerabile sicuramente una forma di arte performativa. Risulta, tuttavia, che, in ogni forma di terapia, tradizionale o artistica che sia, non si ottengano ancora risultati visibili sui sintomi motori: ci auguriamo, dunque, che la ricerca possa progredire presto in questo senso. Che sia forse, di nuovo, il teatro a darci una risposta?



Bibliografia


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